Leggenda narra che qui un drago che infestava il Foro Romano fu cacciato da papa Silvestro I.

Non a caso nello stemma del Rione c'è la testa di un drago su sfondo bianco. 

Il nome di Campitelli al rione sembra derivare dal campo di terra in cui era ridotta l'area del Foro oppure dalla corruzione di Campidoglio. In questo rione è compresa tutta la storia di Roma dalle capanne di Romolo al Foro Romano, dal Foro di Cesare alla casa di Augusto e ai ricordi di tutti gli imperatori fino a Costantino con il suo arco, quindi alle leggende dei Ss. Pietro e Paolo, alle chiese medievali, ai papi che abitarono sul Palatino, a Cola di Rienzo, a Petrarca e a Michelangelo, che sistemò il Campidoglio.

Campitelli è sicuramente il più turistico fra i rioni, ma anche il meno abitato, per la presenza dei siti archeologici che messi insieme coprono il 60% della superficie. Il cuore di Campitelli è sicuramente il Campidoglio, il più importante dei sette colli, anche se è il più piccolo. Fin dalle origini sul colle sorgeva il tempio di Giove, meta dei trionfi dei condottieri e principale centro religioso. La tradizione vi collocava anche un tesoro costituito da pepite d'oro e d'argento, frutto di antichissime donazioni ed ex-voto, che si sarebbe trovato sotto le fondamenta del tempio. Quando nel 1919 fu demolito palazzo Caffarelli che poggiava sul tempio, si utilizzò anche un rabdomante per ritrovare l'oro, ma nulla comparve tra le macerie. Resta dunque il dubbio che il Campidoglio nasconda ancora il suo tesoro.

Qui c'era l'autentica "Roma sparita", quella degli acquerelli ottocenteschi di Roesler Franz, affastellata di case medioevali, pullulante di gente, botteghe, mercati e osterie. Molti scrivani pubblici, unica possibilità di comunicazione epistolare per i molti analfabeti, avevano eletto qui domicilio, come pure i barbieri, che radevano i clienti davanti al cannello d'acqua dell'orinatoio. Erano botteghe itineranti ed estemporanee, fatte di uno sgabello e qualche attrezzo di mestiere. Numerose le osterie: tra le più note, la locanda detta "der Bujaccaro", che distribuiva a pochi centesimi un minestrone fumante ai contadini che affollavano la piazza per il "mercato delle opere".